Alla fine del prossimo mese sarà passato un anno da quando abbiamo iniziato a sentir parlare di “coronavirus” e “covid“, due parole che, per la maggior parte di noi, erano sconosciute ma che sono entrate purtroppo a far parte del linguaggio comune.

Da dicembre del 2019 abbiamo sentito tutto e il contrario di tutto, virologi, medici, politici e persone che non ne hanno la facoltà, hanno cercato di far sentire la propria voce dando la loro versione dei fatti, la loro opinione, i loro consigli talvolta creando più confusione che altro. Allo stesso momento le ricerche scientifiche si sono sovrapposte una sull’altra per cercare di trovare una soluzione, il più in fretta possibile, al dramma che tutti ci siamo trovati ad affrontare.

A distanza di quasi un anno e nel pieno della seconda ondata, sono ancora molti gli interrogativi che non hanno trovato una risposta certa, tra questi almeno uno se lo sono posto quasi tutti: qual è il luogo più a rischio di contagio che frequentiamo? Rispondere a tale quesito potrebbe rappresentare una svolta nella lotta al virus e più di qualcuno ha provato a far luce sull’argomento.

Finora quello che si sa per certo è che il virus si propaga da persona a persona, quando un individuo viene in contatto con le particelle emesse da un altro individuo infetto. Inizialmente si riteneva che l’infezione fosse possibile in seguito ad uno starnuto o ad un colpo di tosse, adesso sappiamo che una persona infetta può espellere queste particelle (droplets) anche solo cantando o gridando e, nel caso la mascherina venga indossata male, può essere sufficiente il parlare o respirare. Inoltre è stato osservato che più è alta la concentrazione di individui in un luogo chiuso senza areazione, tanto più è elevato il rischio di contagio il quale aumenta in relazione al tempo di permanenza in tale luogo. In queste condizioni è facile immaginare che la distanza di sicurezza tra gli individui abbia poca importanza dal momento che l’aria risulterebbe ad un certo punto satura di aerosol contagioso.

Tenuto conto di ciò è facile immaginare quali sono i luoghi che possono rappresentare un rischio per la collettività. Alcuni ricercatori hanno concentrato la loro attenzione proprio su questi luoghi per stabilire quali sono le misure da mettere in atto in determinate situazioni.

Un team di scienziati dell’Università del Nuovo Messico ha elaborato un modello secondo il quale il semplice gesto di aprire una finestra in un locale rispondente ai requisiti descritti sopra, permette la fuoriuscita del 70% dei droplets emessi. Sempre secondo questo studio l’utilizzo di aria condizionata può aiutare nella rimozione degli aerosol infetti fino al 50%, ma, in questo caso, le restanti particelle si depositano sulle superfici all’interno del locale. Per ovviare a questo problema i ricercatori hanno evidenziato che posizionare delle barriere di plexiglass tra le varie postazioni (nel caso specifico si parla dei banchi di una classe ma il concetto può essere esteso alle scrivanie di un ufficio o ai tavoli di un ristorante), rappresenta un ostacolo alla trasmissione del virus. Lo studio è presente sulla rivista Physics of Fluid.

Un gruppo di ricercatori della Stanford University e della Northwestern University ha invece presentato un modello informatico, pre-pubblicato sulla rivista Nature, che analizza gli spostamenti di persone di varia estrazione demografica all’interno di grandi metropoli statunitensi (tra cui Chicago, New York e San Francisco), tale modello ha permesso loro di mettere a punto una proiezione molto precisa – e in parte verificata – che aiuta a prevedere quali possono essere i luoghi più adibiti a diventare sede di focolai di covid-19.

Covid-19, i luoghi più a rischio contagio

Lo studio conferma che i luoghi più a rischio contagio di covid-19 sono quelli in cui un numero elevato di persone si ritrova a condividere spazi ristretti per un tempo prolungato, parliamo quindi di ristoranti, palestre, caffè, istituti religiosi o piccoli negozi di alimentari – è importante però sottolineare che non sono stati presi in esame quei siti che, in alcuni casi, si sono resi protagonisti come fonti di contagio, vedi case di cura, ospedali o fabbriche -. I ricercatori alla luce della loro proiezione, affermano che le misure preventive, messe in atto dai governi che hanno attuato i lockdown, hanno rallentato drasticamente la trasmissione del virus, considerato però che sicuramente le chiusure totali non possono rappresentare una strategia a lungo termine nella lotta al virus, i ricercatori propongono di limitare l’occupazione delle sedi più a rischio di almeno il 20% della loro capacità massima, arrivando così a ridurre il pericolo di nuovi contagi dell’80% ma mantenendoli in questo modo in attività.

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