L’idea di vietare i social media ai minori di 14 anni è uscita dalla dimensione del dibattito accademico ed è entrata a pieno titolo nell’agenda politica di diversi Paesi. In Italia il quadro formale è già restrittivo: il decreto legislativo 101/2018 fissa a 14 anni l’età minima per prestare autonomamente il consenso al trattamento dei dati online, con la possibilità di iscriversi prima solo con il consenso esplicito dei genitori. In altre parole, sotto i 14 anni l’uso “autonomo” dei social non è consentito, ma questo non ha impedito a una larga quota di preadolescenti di essere attivi sulle piattaforme, spesso con età falsata in fase di registrazione. Da qui la spinta, sia a livello nazionale sia europeo, verso misure più drastiche: l’innalzamento dell’età minima a 15–16 anni, richiesto da alcune forze politiche, e l’ipotesi di divieti assoluti accompagnati da sistemi di verifica dell’identità digitale.
Nel frattempo altri Paesi hanno già scelto la linea dura. L’Australia ha approvato una legge che vieta l’accesso ai social ai minori di 16 anni, con obblighi stringenti per le piattaforme e multe milionarie in caso di inosservanza, mentre in Europa il Parlamento ha chiesto di fissare a 16 anni l’età minima per l’accesso ai social media e ai “compagni virtuali” basati su IA, consentendo eventualmente deroghe con il consenso dei genitori. In Italia esiste persino una proposta di legge che vorrebbe impedire l’utilizzo dei social ai minori di 15 anni, affidando la verifica dell’età a un “mini-portafoglio elettronico” nazionale, ma il testo è fermo in Parlamento. Il rischio, come spesso accade, è che la distanza tra norme e realtà continui a crescere. Al momento, infatti, i controlli sull’età sono deboli: basta dichiarare un anno di nascita diverso per aggirare i limiti.
Dietro la retorica del “divieto” si nasconde una questione più profonda: il modo in cui società, scuole e famiglie decidono di accompagnare l’ingresso dei ragazzi nella vita online. Fissare una soglia legale di accesso è importante, ma non può sostituire l’educazione ai media, il lavoro sul contesto familiare, la responsabilizzazione delle piattaforme. Le ricerche mostrano che la stragrande maggioranza dei 13–17enni usa internet e controlla i propri dispositivi almeno una volta all’ora; spostare di un anno o due l’età legale di iscrizione non cancella la pressione sociale, né i canali indiretti di esposizione ai contenuti, dai video condivisi in chat ai profili gestiti “a quattro mani” da genitori e figli.
La vera sfida è quindi tripla. Primo, rendere effettive le regole esistenti, obbligando le piattaforme a implementare sistemi di verifica dell’età e strumenti di controllo parentale che non si riducano a una casella da spuntare. Secondo, investire su programmi strutturali di educazione digitale che insegnino ai ragazzi non solo cosa non fare, ma come gestire identità, relazioni, contenuti problematici. Terzo, dare ai genitori strumenti comprensibili per governare tempi, modalità e qualità della presenza online dei figli. Il divieto per gli under 14, da solo, rischia di spostare l’attenzione sul piano simbolico, mentre il vero terreno da presidiare è quello quotidiano: chi accompagna i minori nel loro primo contatto con social, chat, videogiochi online e algoritmi che vivono di attenzione? Una politica seria sui minori e i social dovrebbe tenere insieme norme, responsabilità delle piattaforme e alfabetizzazione diffusa.