Data Humanism. Il lato umano dei dati

 Data Humanism. Il lato umano dei dati

I dati permeano le nostre vite.
Quotidianamente i media ci propongono grafici, statistiche a corredo di notizie e temi di ogni tipo.
Smartphone, tablet ci informano con solerzia, attraverso grafici, sulle attività digitali compiute e all’appello non mancano sicuramente i dati presentati in varie forme da ognuna delle singole applicazioni che abitano gli ormai inseparabili dispositivi mobili.
E che dire poi dei contesti lavorativi dove non si può rinunciare alle presentazioni colme di dati e grafici dalle più svariate tipologie.
Si parla dell’importanza dei Big Data, del valore che essi rappresentano in termini di quantità, delle infinite analisi che si possono compiere e degli altrettanto infiniti utilizzi che possono avere.
Ognuno di noi rappresenta un dato e tutto ciò che è legato a noi costituisce un dato pronto per molteplici elaborazioni.

Giorni fa, alcune riflessioni in rete, emerse in seguito ad un’immagine pubblicata il 21 febbraio scorso sulla prima pagina del quotidiano statunitense The New York Times, hanno destato la mia attenzione. 

L’immagine, in bianco e nero, era composta da 500.000 puntini che andavano a disegnare un grafico. I puntini formavano una sorta di nuvola che, partendo dall’alto in modo sfocato, diventava via via sempre più compatta fino a terminare, in basso, densa e scura.
Ogni singolo puntino rappresentava una vita persa negli Stati Uniti a causa del Covid-19.
Le riflessioni vertevano sulla questione se fosse appropriato o meno ridurre delle vite umane a semplici puntini e, di conseguenza, sui limiti della visualizzazione dei dati quando ci si riferisce a tragedie.
Queste riflessioni erano accompagnate da riferimenti al concetto di Data Humanism che non conoscevo e sul quale ho subito indagato.

Ho quindi scoperto che il Data Humanism riguarda la capacità di far parlare i dati attraverso il disegno creativo, con un approccio più umano che li associa alle persone che li generano, ai loro comportamenti, alle loro abitudini, alle loro storie. Umanizzando i dati, si mira a cogliere i dettagli, in genere più trascurati, per comprendere meglio la natura umana e gli aspetti della società.
Il merito di aver introdotto questa idea nel mondo della visualizzazione dei dati, va all’information design Giorgia Lupi.

La storia che ha portato alla formulazione di un vero e proprio manifesto del Data Humanism è affascinante.
Nel 2014 Giorgia Lupi, assieme a Stefanie Posavec, anche lei information design, da il via ad un progetto singolare. Le due donne, che vivono rispettivamente Giorgia a New York e Stefanie a  Londra, dopo essersi incontrate ad una conferenza a Minneapolis, accomunate dalla professione e dalla passione per i dati, decidono di inviarsi reciprocamente, ogni settimana e per la durata di un anno, delle cartoline postali per conoscersi meglio. Sulle cartoline, Giorgia e Stefanie disegnano delle rappresentazioni visuali dei dati riguardanti le loro vite e rispondenti ad un argomento diverso scelto per ciascuna settimana. Le elaborazioni dei disegni includono anche gli stati d’animo e i bisogni del momento mettendo in luce i modelli che danno luogo alle decisioni e influenzano le relazioni.
I dati, combinati con queste informazioni, vanno quindi a generare una rappresentazione più umana e meno impersonale, meno noiosa e meno clinica.
Nel 2016 ne nasce un libro, Dear Data, contenente le cartoline inviate e che, a novembre di quello stesso anno, il Dipartimento di Architettura e Design del MoMA di New York aggiunge alla collezione permanente del Museo, comprese le bozze preparatorie e le cartoline originali delle due information designer.

Il Data Humanism Manifesto è piena espressione di questo approccio più umano alla visualizzazione dei dati.
I punti chiave sono quattro:

  • abbracciare la complessità: essa caratterizza la nostra esistenza, il mondo è ricco di informazioni che possono essere combinate in un numero infinito di modi
  • muoversi oltre gli standard, ovvero andare oltre gli strumenti di business intelligence e di visualizzazione dei dati che, come output finale, creano grafici scelti da un elenco predefinito
  • scoprire il contesto (sempre): i dati, specialmente se combinati, possono rivelare molto più di quanto previsto in origine e il contesto gioca un ruolo importante nel comprendere gli eventi, i cambiamenti sociali. Se opportunamente contestualizzati, essi possono essere uno strumento potentissimo per scrivere narrazioni significative e intime
  • i dati sono imperfetti (come lo siamo noi): i dati non sono perfetti e affermazioni quali “basato sui dati” non significano in modo automatico “inequivocabilmente vero”. È necessario un cambio di paradigma nel modo in cui rappresentiamo le informazioni visivamente, ovvero come visualizzare incertezza, possibili errori e imperfezioni nei dati.

Un ulteriore esempio che ci aiuta a comprendere meglio i principi del Data Humanism e del messaggio che intende trasmettere, è Friends in Space, che, come spiega Giorgia Lupi, è stato «il primo social network a estendersi oltre la Terra; una finestra aperta di sei mesi per fare nuove amicizie da tutto il mondo e unirsi all’astronauta Samantha Cristoforetti nella sua spedizione presso la Stazione Spaziale Internazionale». 

Il progetto, online dal 24 novembre 2014 all’11 giugno 2015, ha connesso, in tempo reale,  persone provenienti da tutto il mondo e Samantha Cristoforetti, durante la missione Futura42. Chi entrava nell’applicazione visualizzava gli aggiornamenti sulla posizione e le attività della Stazione Spaziale Internazionale in orbita, poteva interagire con l’astronauta, vedeva muoversi in modo dinamico, come fossero costellazioni, gli elementi che identificavano le interazioni dei vari utenti  sparsi per tutto il globo. Le persone si potevano riconoscere sulla mappa e connettersi con chi in quel momento stava sperimentando le stesse emozioni.

Leggendo di questo e degli altri numerosi progetti che osservano i dati attraverso una finestra più “umanizzante”, non ho potuto fare a meno di pensare a quanto più utili e produttive risulterebbero tante conferenze o più semplicemente tante riunioni aziendali, a quanto migliorerebbe la comunicazione in tutti i campi, al maggiore coinvolgimento, alla nascita di nuove idee se si compisse lo sforzo di adottare un cambio di ottica così stimolante e impattante come quello che il Data Humanism è capace di portare.
Del resto gli strumenti ci sono, è solo necessario aggiungere volontà e capacità visionarie.

Potrebbe anche interessarti

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *