La Smart City alla prova della pandemia

 La Smart City alla prova della pandemia

Oggi si fa un gran parlare di smart: è smart il trasporto, la banca, la piazza… il lavoro! Ogni cosa è diventata smart, intelligente. Molti di voi staranno leggendo questo articolo su uno smartphone mentre lo smartwatch segnala che sarebbe ora di alzarsi in piedi e fare due passi, anzi diecimila che è la soglia giornaliera raccomandata.

Prima che tutto diventasse così smart, almeno a parole, il professor Giuseppe Borruso, docente di Economic Geography, Geografia delle Reti e Sistemi Informativi Geografici all’Università di Trieste, aveva già iniziato da tempo a indagare il tema della Smart City, l’etichetta che più spesso oggi vediamo attaccata alla città.

Io e la mia collega Agnese Baini abbiamo approfittato di un suo recente intervento televisivo su questo tema per fargli un’intervista su Twitter – perché anche noi siamo smart – e la riproponiamo qui con qualche spunto in più, senza limiti di battitura se non la soglia di attenzione del lettore che, è noto, sul monitor è tempestato da notifiche e distrazioni e fatica ad arrivare in fondo all’articolo. Alzi la mano chi li legge fino in fondo!

Professor Borruso, nell’ultimo anno abbiamo capito che il termine smart può voler dire tutto e niente. Che cosa si intende con smart city?

L’ultimo anno è stato un anno straordinario, a un secolo dalla precedente pandemia, con conseguenze sulla nostra società e sulle nostre città ancora non quantificabili.
La città in generale è, ed è sempre stata, un luogo di innovazione e creatività, dunque un luogo smart. La Smart City come concetto nasce dalla spinta tecnologica delle ICT soprattutto dal 2000 in poi, anche se la città ‘tecnologica’ esisteva già. Smart indica tecnologie pervasive e alla portata di tutti per affrontare le sfide, piccole e grandi, della città.

Cosa rende smart una città?

Una città Smart, come idea, è una città che anche grazie alla tecnologia viene incontro alle esigenze dei suoi cittadini e di chi la città la vive, anche per poche ore: è una città inclusiva e a portata di mano. Al momento, la Smart City è ancora molto concentrata sull’aspetto hi-tech, sulle applicazioni e sulle soluzioni più avanzate, spesso più come fine che come strumento per raccogliere le sfide urbane, piccole e grandi, di oggi e di domani.

La sua città, Trieste, è una città con una popolazione molto anziana e con una conformazione particolare, basti pensare alle strade che spesso sono assai ripide. Cosa si potrebbe fare per rendere una città a misura di anziano?

Trieste ha una popolazione anziana molto dinamica e attiva. È necessario intervenire sulle infrastrutture e sui servizi per facilitare la mobilità, anche se alcune soluzioni sono già state realizzate. Si possono sviluppare soluzioni smart come telemedicina e assistenza remota, soluzioni smart che già esistono e che la pandemia renderà più note e accettabili.

Con un monitoraggio da remoto della salute si evita l’affollamento delle strutture sanitarie, con vantaggi per la persona (anziana e non) e si evitano altresì le occasioni di contagio.
Inclusione e coinvolgimento sono altri aspetti di miglioramento delle condizioni di vita, degli anziani e non solo. In quest’anno sono mancati teatri, musei, caffè, palestre, tutti luoghi dove i nostri anziani intessono le loro relazioni, importanti anch’esse per la salute.

Quali azioni si dovrebbero fare al più presto?

In generale, è importante riattivare la socialità, grazie anche a soluzioni che consentano la riduzione dell’affollamento, la ventilazione dei locali, l’igienizzazione, ecc., e la promozione di stili di vita sani e attivi, come camminabilità e gli sport all’aperto e intrattenimenti in spazi aperti.

È trascorso un anno dal primo lockdown: il limite dei 500 metri da casa e i parchi cittadini chiusi al pubblico. Il modo in cui viviamo gli spazi, i quartieri e la città è cambiato. Cambierà ancora?

Vivremo ancora di più all’aperto. Abbiamo bisogno di socialità, per cui dovremo sfruttare sia gli spazi al di fuori della città, per ridurre gli affollamenti, sia creare e ricostruire spazi interni alla città. La città è fatta di relazioni e di interazioni, anche fisiche. Tali condizioni sono la ragion d’essere delle città, ogni trasformazione conduce a relazioni e interazioni. Dalla crisi sanitaria ne impareremo di nuove, certamente più rarefatte e all’aria aperta.

La città riuscirà ad adattarsi?

Si adatterà, ci adatteremo, perché la città si è sempre trasformata, adattata e ha colto i momenti di crisi per andare avanti e trasformarsi, allo stesso tempo rimanendo ‘città’.

Forse inizieremo ad apprezzare la campagna e a considerare di trasferirci fuori città? Oppure rimarremo in città nei giorni feriali per trasferirci in campagna nei fine settimana e nei giorni festivi?

Sono due questioni importanti e complesse che riguardano i tempi della città, così come l’estensione della città nello spazio.

I tempi. Si parla di città dei 15 minuti, di città al cui interno la maggior parte dei servizi sia raggiungibile al massimo in 15 minuti da ogni luogo. Ma c’è anche il vecchio motto della Città delle 24 ore, “The City that never sleeps“, come Frank Sinatra cantava la sua New York aperta tutto il giorno, in cui le ore di punta vengano diluite rendendo i servizi e le attività disponibili in tutta la giornata. I due approcci forse troveranno una via di mezzo, dove soluzioni ibride assolveranno alle nuove recenti esigenze sanitarie. 

Gli spazi. La distinzione città/campagna è sempre più labile. Vero è che lo smart working cambia i nostri tempi e luoghi, per cui potremo trasferirci in luoghi più ameni anche per lavorare. La campagna, o le aree interne, pedemontane e montane, potrebbero vivere una nuova stagione di ripopolamento e rivitalizzazione. In ogni caso, i luoghi dell’interazione e dello scambio rimarranno soprattutto urbani, perché lì in ogni caso si concentrano spazi e tempi di opportunità.

Centrali in queste città da 15 minuti o da 24 ore sono gli spostamenti. Lei come si sposta?

In automobile, soprattutto per gli spostamenti dei figli. Ma anche a piedi, in bici, con mezzi pubblici. Abitando in città in pochi minuti raggiungo i luoghi principali di lavoro, famiglia e svago (quest’ultimo anno si fa per dire).

Cosa dovrebbero fare subito le amministrazioni per rendere la città più sostenibile dal punto di vista dei trasporti?

Le società di trasporto stanno già facendo molto, con veicoli sempre più attenti all’ambiente e un aumento dell’offerta. Andrebbero integrate ancora di più altre modalità di trasporto come bicicletta, monopattini e pedonalità. Con i rappresentanti dell’amministrazione, dell’economia e della società, bisognerebbe poi armonizzare i tempi e i modi delle attività nelle città, riducendo le ore di punta nell’utilizzo dei mezzi a vantaggio della sostenibilità e della vivibilità.

Professore, prima di salutarla vorremmo chiederle una cosa personale: nel tempo libero ha dichiarato di dedicarsi al running, al nuoto e allo sci (se non fa troppo freddo). Come ha fatto durante la pandemia?

È stato difficile, come per tutti. Lo sci è stato lo sport necessariamente più trascurato. Ho fatto un po’ di attività fisica in casa, ho ripreso a nuotare dalla primavera e fino all’autunno inoltrato grazie al clima più mite di quest’anno. La corsa ci salva sempre, perché si può fare sempre, basta vincere la pigrizia che lo smart working, purtroppo, amplifica!

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