All’edizione 2026 del CES di Las Vegas l’Italia non si è presentata come comprimaria che rincorre i grandi player, ma come un ecosistema che usa la vetrina globale per misurare la propria maturità industriale. Dal 6 al 9 gennaio, nei padiglioni del Venetian Expo e in particolare nell’Eureka Park, 51 startup selezionate e coordinate da ICE Agenzia hanno occupato il Padiglione Italia: una presenza che, nelle parole del presidente Matteo Zoppas, ha puntato esplicitamente a trasformare la fiera in «contatti, visibilità e contratti», cioè in business e non in semplice passerella tecnologica.
La mappa di questa missione collettiva racconta un Paese largo e sorprendentemente coerente. Le delegazioni più numerose sono arrivate da Lazio e Lombardia, ma a Las Vegas si sono viste anche Veneto, Puglia, Sicilia, Sardegna, Campania, Molise, Piemonte, Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna e Toscana, con un mix che va dall’intelligenza artificiale applicata alla robotica, dalla sicurezza digitale alla sanità connessa, fino al quantum computing messo al lavoro su problemi concreti. Non si tratta di “idee” in cerca di attenzione, ma di prodotti e soluzioni alla ricerca di contratti industriali, proof of concept, accordi di distribuzione e partnership internazionali.
Nel cuore di questo racconto ci sono le tecnologie che definiscono la nuova frontiera: intelligenza artificiale, quantum e agritech, con contaminazioni che vanno dallo space tech alla manutenzione delle infrastrutture critiche. Accudire, startup veronese, è uno dei casi più emblematici: combina quantum computing, AI avanzata e blockchain per costruire strategie adattive e visibilità del rischio in tempo reale, provando a portare il quantum fuori dai laboratori e dentro i flussi decisionali di chi deve gestire costi, responsabilità e catene logistiche. È un segnale chiaro: l’Italia non si limita a replicare modelli di software as a service, ma scommette su deep tech complesso, dove la differenza la fa la capacità di integrare più layer tecnologici in una piattaforma vendibile.
Sul fronte dell’intelligenza artificiale la fotografia arrivata dal CES è quella di una tecnologia sempre meno esibita e sempre più incorporata. TrueScreen, da Bologna, lavora su una piattaforma che certifica origine e storia dei contenuti digitali, offrendo a media, aziende e istituzioni strumenti per distinguere documentazione autentica da materiale manipolato in un’epoca di falsi generati dall’AI. È una risposta a una domanda di fiducia che esplode man mano che i sistemi generativi entrano in ogni processo di produzione informativa. In parallelo, Salute360 ha portato in fiera il proprio assistente di orientamento sanitario basato su AI, un “navigatore” che vuole accompagnare utenti e pazienti tra documenti, prescrizioni, procedure e accesso ai servizi, con l’obiettivo di ridurre la complessità burocratica senza rinunciare a trasparenza e affidabilità delle risposte.
Anche l’hardware indossabile, in particolare quello pensato per il lavoro e per la salute, diventa un banco di prova della capacità italiana di trasformare ricerca e prototipi in prodotti. Agade, da Milano, ha portato esoscheletri progettati per alleggerire lo sforzo sulla zona lombare durante i sollevamenti, con la promessa di ridurre infortuni e ridefinire i protocolli di sicurezza sul lavoro: è un tipo di innovazione che non punta all’effetto wow, ma all’impatto misurabile su incidenti, assenze e assicurazioni. In parallelo, dal mondo dello spazio è arrivata REA Space, che ha presentato Ercole, un wearable pensato per astronauti e condizioni estreme, con una pipeline naturale di ricadute in medicina, riabilitazione e sicurezza in ambienti ad alto rischio.
Il contributo degli incubatori italiani, e in particolare del Politecnico di Torino attraverso I3P, ha mostrato come gli spazi di accelerazione non siano più solo luoghi di mentorship, ma nodi di una diplomazia tecnologica che collega startup, università e grandi player globali. Il Padiglione Italia ha ospitato realtà come Adaptronics, specializzata in soluzioni elettro-adesive per la manipolazione robotica in ambito industriale e spaziale, arrivata al CES dopo un round da 3,15 milioni di euro guidato da 360 Capital e la selezione per la Global Deep Tech Battle, dove ha conquistato il premio “Best in Robotics”. REA Space stessa è alumni dei programmi ESA BIC gestiti da I3P, a conferma di una filiera che va dall’incubazione ai palchi internazionali, mentre Salute360 ha utilizzato la scena di Las Vegas per presentare la propria piattaforma AI a investitori e partner industriali.
Oltre alle singole storie, il CES 2026 ha reso evidente un cambio di paradigma: l’AI ha smesso di essere protagonista solitaria ed è diventata lo strato invisibile che attraversa robot, elettrodomestici, dispositivi per la mobilità, strumenti per la manutenzione delle infrastrutture e servizi di sanità digitale. In questo contesto, l’Italia sembra scegliere consapevolmente una strategia meno centrata sul gadget da copertina e più sulle applicazioni verticali: piattaforme per la manutenzione predittiva di ponti, gallerie e tratte autostradali come quelle sviluppate da Aida Innovazione, sistemi per certificare contenuti, soluzioni per la sicurezza dei motociclisti come Viber Alert, che utilizza vibrazioni sulla sella per segnalare alert e ridurre il rischio di incidenti.
La dimensione agritech entra nel quadro in modo indiretto, ma potente, proprio attraverso questa logica di applicazioni verticali. Se si guarda alla combinazione tra AI, sensori e infrastrutture, le stesse tecnologie che monitorano ponti e gallerie possono essere trasferite a dighe, reti idriche, canali irrigui, terreni e impianti agricoli, mentre i wearable nati per lo spazio o per l’industria pesante possono diventare strumenti di sicurezza per chi lavora in filiere agricole e logistiche ad alta intensità fisica. È qui che le startup italiane giocano una partita meno visibile rispetto ai grandi brand dell’elettronica di consumo, ma potenzialmente decisiva per costruire un posizionamento forte nei mercati globali dell’agritech e della sostenibilità.
Il tassello mancante, emerso tra gli stand, è la costruzione di infrastrutture stabili a supporto di questa crescita. Il Friuli Venezia Giulia, presente al CES con una strategia passata attraverso la collaborazione con Area Science Park, ha spostato l’attenzione dall’accompagnare le startup in fiera al creare laboratori, piattaforme di trasferimento tecnologico e capitali pazienti perché queste imprese possano nascere, crescere e restare competitive. L’idea è chiara: senza un ecosistema che tenga insieme ricerca pubblica, investitori privati e politica industriale, la missione di Las Vegas rischia di restare un episodio isolato.
In un evento che ha portato a Las Vegas oltre 140.000 partecipanti e migliaia di espositori da più di 150 Paesi, la visibilità non è un premio simbolico, ma una leva per negoziare posizionamenti e alleanze. È per questo che ICE insiste sulla parola che conta: business, inteso come contatti, partnership, pilot e investimenti che traducano demo e pitch in progetti ricorrenti, contratti pluriennali, test sul campo. Se la domanda è quale Italia è salita sul palco del CES 2026, la risposta è un Paese meno ossessionato dal colpo di teatro e più concentrato su soluzioni vendibili e scalabili, dalla sicurezza sul lavoro alla resilienza delle infrastrutture, dalla certificazione dei contenuti alla sanità digitale, fino allo spacewear e al deep tech quantistico.
Le 51 startup che hanno attraversato l’Atlantico per questa edizione non sono state una sfilata di prototipi: sono state un test di maturità di un ecosistema che vuole portare IA, quantum e agritech fuori dalle presentazioni e dentro le filiere produttive globali. Las Vegas, nel bene e nel male, si è rivelato il posto giusto per capire se l’Italia dell’innovazione è pronta a giocare questa partita da protagonista.