“Nel bagno delle donne”, social, cinema e psicanalisi nel film di Marco Castaldi

 “Nel bagno delle donne”, social, cinema e psicanalisi nel film di Marco Castaldi

Nel bagno delle donne. Da questo luogo, all’interno di un cinema, dilaga il caso di viralità mediatica del protagonista, Luca Vecchi, nell’omologo lungometraggio di Marco Castaldi (2020), tratto dal romanzo “Se son rose” di Massimo Vitali.

Da cosa nasce la viralità? Cos’è? Lo Zingarelli 2021 dice che il termine “virale” nasce nel 1961, dalla biologia, dal lemma “virus”. Consiste, per estensione nel campo dell’informatica, nella “capacità di propagarsi a un gran numero di destinatari trasmettendosi a catena da uno all’altro”. Accade per i messaggi, per le informazioni. Ed è veicolato dal web e dai social. Ma anche gli altri media possono metterci del loro.

Dicevamo, quindi, del bagno. Di Giacomo Roversi che, dopo aver perso il lavoro e forse anche la moglie, capita per caso in un cinema deserto che trasmette solo pellicole del circuito indipendente. O meglio, nel bagno di un cinema deserto. E rompe la chiave della porta, concedendosi così di cogliere un’occasione: quella di potersi prendere una pausa di riflessione da tutto e tutti. E pensare. Anche senza cellulare (che guarda caso cade nel water).

Rimarrà lì giorni, “arredando” il suo “monolocale” e curando dalla depressione il cane della proprietaria del cinema e forse anche sé stesso. Il tutto in mezzo allo scoppio del suo caso: si diffonde, infatti, per mezza Roma, la notizia straordinaria dell’uomo chiuso nel bagno delle donne. E apriti cielo. Cameramen, giornalisti, curiosi, musicisti, giovani, psicologhe, anziani. Tutti vogliono farsi un selfie con Giacomo, tutti vogliono vedere, capire, curiosare. Tutti vogliono essere sulla notizia. 

Una dinamica nota, una parabola che parte, arriva al suo culmine e poi ridiscende. Il protagonista, con un distacco esistenziale, non incentiva questo trend. Almeno non nelle intenzioni. Anzi, lui dialoga solo con gli avventori che si siedono davanti alla sua porta. Sono poi gli avventori che, ognuno dal proprio punto di vista, danno una diversa lettura dei fatti: chi crede che sia una protesta contro il precariato, chi una questione d’amore, chi una malattia della mente.

“Roversi è un genio o un coglione?” questa la domanda che spopola nei talk. La riposta degli “esperti”? Come da copione, sempre la seconda. In un’ottica costante di polarizzazione del pensiero, di estremizzazione per far crescere l’attenzione. L’audience. 

In realtà, il protagonista sembra l’inetto della Coscienza di Zeno di Italo Svevo: un uomo che arrivato sui 35 anni si trascina su sé stesso, assuefatto alla solita routine. E come Zeno dopo un inaspettato successo commerciale, il protagonista della pellicola – dopo il successo sui social e grazie alla spinta finale del padre (come non evocare Freud?) – ritrova il coraggio per affrontare i suoi piccoli grandi traumi. Entrambi lasciano la psicanalisi. Chi da un lettino, chi da un bagno.

Photo by Felix Mooneeram on Unsplash

Una commedia amara che ci fa rientrare nei cinema, che ci fa gustare di nuovo il buio, le poltrone di velluto rosse e il piacere di sprofondarci. Un film che ci svela la rappresentazione che i social fanno della realtà, un film dai mille punti di vista che ci ricorda come nasce e poi muore la viralità. Proprio come un virus.

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