Lo conoscete TikTok? È il social dove spopolano i Ferragnez con il loro piccolo Leone, dove le famiglie realizzano piccoli sketch su basi vocali preregistrate, dove gli adolescenti raccontano sè stessi e dove i bambini vengono coinvolti in balli, canti e scene con intenti comici o ironici. TikTok, però, è anche il social dove stanno sbarcando le pubbliche amministrazioni, le aziende o i professionisti per raccontare servizi, attività o iniziative. 

TikTok

Perché questo social cinese, lanciato nel 2016 e originariamente chiamato musical.ly, sta spopolando? Perché è immediato, fa sorridere e, in fondo, rappresenta la vita attraverso brevi video che vengono proposti dall’algorismo, in base ai nostri like e alle nostre abitudini digitali. La timeline, infatti, non è semplicemente basata sulle persone che seguiamo. TikTok è un social che fa scoprire anche nuovi mondi, dal momento che sembra non voler racchiudere l’utente nelle cosiddette “camere d’eco” più facili da costruire all’interno di altre app.

Un social dunque che si sta diffondendo a macchia d’olio, con 800 milioni di utenti attivi nel mondo, al sesto posto tra le app più usate Di questi, gli utenti italiani sono 8 milioni: e proprio nella nostra nazione il suo uso è in forte aumento (+377% a luglio 2020 rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, secondo ComScore).

Il Garante per la protezione dei dati personali, qualche giorno fa, ha però contestato a TikTok alcune problematiche, a cui l’azienda dovrà rispondere (inviando memorie difensive o chiedendo di essere ascoltata, entro gli ultimi giorni di gennaio): si va dalla scarsa attenzione alla tutela dei minori al divieto di iscrizione ai più piccoli facilmente aggirabile, dalla poca trasparenza e chiarezza nelle informazioni rese agli utenti alle impostazioni predefinite non rispettose della privacy.

Tutte questioni di strettissima attualità, di cui si dibatte da tempo per altri social, e per le quali è già in corso un’attività nell’ambito del Comitato che riunisce le Autorità europee: ma il Garante, rilevando l’urgenza di questi temi, ha deciso di giocare d’anticipo e ha aperto comunque un procedimento formale nei confronti del social network a tutela dei minori italiani, in materia di protezione dei dati personali.

In prima battuta, il Garante contesta a Tik Tok che le modalità di iscrizione al social network non tutelino adeguatamente i minori: “Il divieto di iscrizione al di sotto dei 13 anni, stabilito dal social network, risulta infatti facilmente aggirabile una volta che si utilizzi una data di nascita falsa si legge nella nota ufficiale. Tik Tok di conseguenza non impedisce ai più piccoli di iscriversi né verifica che vengano rispettate le norme sulla privacy italiane, le quali prevedono per l’iscrizione ai social network il consenso autorizzato dei genitori o di chi ha la responsabilità genitoriale del minore che non abbia compiuto 14 anni. L’informativa rilasciata agli utenti è standardizzata e non prende in specifica considerazione la situazione dei minori, mentre sarebbe necessario creare una apposita sezione dedicata ai più piccoli, scritta con un linguaggio più semplice e con meccanismi di alert che segnalino i rischi ai quali si espongono”.

Un passaggio quest’ultimo, sulla necessità di adattare il linguaggio ai più giovani e di segnalare eventuali pericoli della rete, molto interessante che punta su un uso più consapevole direttamente dei ragazzi e sulla necessità di una costante educazione al digitale.

Il Garante si sofferma poi su aspetti più tecnici relativi alla privacy: “I tempi di conservazione dei dati risultano poi indefiniti rispetto agli scopi per i quali vengono raccolti nè appaiono indicate le modalità di anonimizzazione che il social network afferma di applicare. Stessa mancanza di chiarezza riguarda il trasferimento dei dati nei Paesi extra Ue, non essendo specificati quelli verso i quali la società intende trasferire i dati, né indicata la situazione di adeguatezza o meno di quei Paesi alla normativa privacy europea”.

Infine, viene evidenziato che TikTok preimposta il profilo dell’utente come “pubblico”, consentendo la massima visibilità ai contenuti pubblicati: un’impostazione di default che è in contrasto con la normativa sulla protezione dei dati. La legge dice, infatti, che dobbiamo e possiamo scegliere se condividere i nostri dati personali (la nostra immagine, la nostra intimità, le nostre relazioni) con milioni di persone o meno. E per scegliere dobbiamo essere messi in condizioni di farlo, soprattutto se davanti a quegli schermi ci sono dei minori

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