Il progetto Audace Sailing Team è nato dall’idea di alcuni studenti del Dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Università di Trieste, con l’obiettivo di progettare e produrre barche a vela da competizione per partecipare alla regata del circuito universitario 1001VelaCup. Altro obiettivo, in una città dove la vela è molto amata e praticata, è la promozione della passione per la vela anche in ambito universitario.

La sfida del 2020 è duplice: costruire ben due scafi, uno in materiali compositi (ottenuti dall’unione di fibra di lino e resina epossidica a base di anacardi) e un altro interamente in legno. Quest’ultimo, che è stato chiamato Dedalo, sarà esposto nel padiglione di UniTS a Trieste Next, dal 25 al 27 settembre. 

Elemento chiave dei progetti è la sostenibilità dei materiali utilizzati per la costruzione degli scafi, che devono essere per la maggior parte di origine naturale o riciclabili, in conformità al regolamento di regata.

Il team conta una trentina di studenti e studentesse provenienti da diversi Corsi di Laurea del Dipartimento di Ingegneria e Architettura. Alla vigilia di Trieste Next abbiamo intervistato Matteo Vinci, 23enne di Vittorio Veneto (TV), studente di Ingegneria dei materiali e referente del gruppo.

Come vi è venuta l’idea del progetto? 

«Era l’inverno 2018 e abbiamo pensato di spingere la nostra Università a promuovere un progetto extracurricolare che consentisse ai futuri ingegneri di mettersi alla prova e a misurarsi concretamente con il loro futuro professionale. Volevamo che l’Università di Trieste reclamasse il primato nella scena delle competizioni veliche italiane, forte di una scuola di ingegneria e architettura navale fra le più importanti d’Italia e di un know-how marinaresco fortemente radicato nel tessuto sociale della città.
Dopo aver chiamato a raccolta una ventina di ragazzi interessati all’idea, molti con un passato o un presente da velisti, o comunque appassionati al mondo della vela, è stata lanciata la sfida: progettare e costruire una piccola imbarcazione a vela per partecipare alla regata 1001VelaCup.»

Come ha risposto alla vostra sfida l’Università?
«Dopo qualche titubanza iniziale, che a fronte del nostro grande entusiasmo è sparita, il Dipartimento di Ingegneria ci ha subito sostenuto, sia economicamente che materialmente, mettendoci a disposizione gli spazi dell’Eco Sailing Lab per rimessare e lavorare alle barche.»

Vi ha influenzato in qualche modo il fatto di studiare in una città dove la vela è così amata, la città della Barcolana?

«Trieste ha giocato un ruolo cardine nella nascita e nello sviluppo del progetto, poiché fin da subito si è capito che il capitale umano che la città aveva in serbo era enorme: dagli appassionati ai professionisti che hanno collaborato con noi, senza dimenticare i professori e i tecnici che ci hanno supportato, è sempre stato facilissimo trasmettere l’entusiasmo che provavamo a chi ci trovavamo davanti. Proprio per questa ragione, il supporto economico è stato relativamente semplice da trovare, poiché molti professionisti del settore nautico si sono mostrati pronti a sostenere il nostro progetto. Un importante menzione è da riconoscere a Barcolana e alla Società Velica Barcola Grignano, che fin da subito sono stati disponibili a collaborare con noi e a supportarci per tutte le questioni logistiche, oltre che a infonderci la fiducia di scommettere sull’ingegneria e sull’innovazione navale a Trieste.»

Uno degli elementi chiave del progetto è la sostenibilità, cosa significa per voi?

«La sostenibilità rappresenta, per il nostro progetto, una grande sfida all’innovazione: in un mondo come quello della nautica dove l’intero focus è sulla performance, spesso ci si dimentica l’impatto che tali scelte di progetto possono avere. Abbiamo quindi abbracciato con piacere le regole di regata che prevedevano che la realizzazione dell’imbarcazione fosse svolta utilizzando almeno il 70% di materiali naturali o riciclati. Questo ha determinato la necessità di ricercare soluzioni alternative per quanto riguarda progettazione e realizzazione del nostro scafo: non più vetroresina o fibra di carbonio, ma fibra di lino e resine a base di anacardi. Queste innovazioni portano con sé enormi benefici dal punto di vista di carbon footprintdell’imbarcazione e di smaltimento dello scafo, ma allo stesso tempo necessitano di particolare cura nella costruzione e nella progettazione, cercando di non sacrificare troppo la performance. Per trovare il giusto compromesso fra questi due aspetti sono serviti molti mesi di studio e di simulazioni, tramite software specifici e prove in laboratorio.

Sostenibilità è per noi anche il giusto connubio fra tradizione e innovazione, che ci ha spinto a scegliere di realizzare uno scafo completamente in legno, da utilizzare poi come stampo per quello in compositi naturali. Questa scelta, votata sia alla sostenibilità sia all’economia, fa sì che non si debba creare un enorme scarto di plastica, che sarebbe stata utilizzata in alternativa per creare lo stampo ma, al contrario, si possa avere un’ulteriore barca per allenamenti e regate, pronta all’uso e perfettamente sovrapponibile (dal punto di vista idrodinamico) alla barca definitiva.

Inutile dire che creare una barca in legno presenta delle sfide non indifferenti, soprattutto se non deve essere un semplice modello per un prodotto, ma un’imbarcazione vera e propria. Nonostante ciò (e l’avvento di una pandemia nel mezzo), con la caparbietà e l’intraprendenza che ci caratterizza, siamo riusciti a ultimarne la costruzione e siamo già proiettati verso nuovi orizzonti.»

Chi sono gli studenti e le studentesse del team? 

«Il team conta ora circa 35 persone, ma siamo apertissimi a chiunque sia interessato. Siamo per la quasi totalità ingegneri (navali, meccanici e dei materiali) ma ci occupiamo di cose molto diverse all’interno del team: c’è chi è più portato al lavoro manuale e a costruire fisicamente la barca e chi invece preferisce lavorare con carte e software; c’è chi si occupa di amministrare e gestire il team e, ovviamente, molti velisti che non attendono altro che gli scafi siano completati per poterli spingere al massimo delle loro possibilità.

Entrare a far parte del team è un’opportunità per imparare competenze veramente utili, sia nel lavoro che nella vita: dalla progettazione alla programmazione, dalla comunicazione al budgeting, fino al problem solving e al team working.»

State cercando rinforzi? Come si fa a partecipare?

«In questo momento stiamo cercando altri ragazzi (di tutti i corsi di studi!) volenterosi e interessati al mondo della vela e con un occhio di riguardo per la sostenibilità, o semplicemente incuriositi dalle dinamiche di un team complesso e vario come il nostro: per qualunque cosa potete visitare il nostro sito audace.units.it oppure scriverci ad audace@dia.units.it»

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