Ho iniziato ad innovare nel turismo venticinque anni fa vendendo esperienze sportive. Correva infatti l’anno 1995 e con Claudio Sattin si creò Sport & Tempo Libero, attività poi acquisita da Karambola del gruppo Francorosso, con l’intenzione di brevettare la clientela in diversi ambiti sportivi: dal paracadutismo alla subacquea, dall’automobilismo al golf, con Alessandro Rogato, o far volare dei turisti in assenza di gravità o, “semplicemente”, portarli a partecipare a scuole di sci con la supervisione dell’attuale presidente della Federazione, Flavio Roda, all’epoca trainer di Tomba.

Erano esperienze, non semplici escursioni, ed io stesso in quel periodo mi brevettai in più discipline fra Italia e Stati Uniti. Scritto ciò, mi sento un pioniere sia rispetto al turismo esperienziale, sia rispetto allo story-telling odierno, perché erano proprio i testimonials della Sport & Tempo Libero a creare l’engagement con la clientela, attraverso le storie sui cataloghi – esclusivi, di ottima qualità, che si stampavano con schede prodotto volanti – raccontando iniziative e passi per affrontare avventure estreme o migliorare la tecnica nelle varie discipline sportive. Esattamente ciò che, più o meno, fanno gli Ambassadors territoriali oggi.

Nel corso degli ultimi due lustri il turista moderno ha affinato di molto le sue tecniche di ricerca della destinazione ideale per la vacanza, attiva, detox o culturale che sia, ma non ha mai smesso di far parte di tribù, che esistevano già “before google”, e nemmeno ha mai smesso di coinvolgere i suoi simili nella scelta del territorio ideale per vivere la propria passione.

Al contrario, in molti casi, il territorio non si è invece evoluto di pari passo con il turista e sono rari gli eco sistemi digitali e ancora più rare le smart tourism destinations laddove, o per legge o per necessità, è tutto un proliferare di OGD, DMC, Consorzi e Fondazioni capaci spesso di stare in Vita solo grazie ai contributi derivanti dalla tassa di soggiorno.

Si parla e si legge sempre più spesso di Big Data ma, nel concreto, molte delle organizzazioni sopra citate non sono nemmeno in grado di analizzare la loro presenza organica attraverso l’attività sui social per meglio indirizzare l’offerta della destinazione-prodotto in risposta alla domanda proveniente dai mercati; domanda che spesso non viene nemmeno ascoltata. “Salespeople have been taught to talk less and listen more”, citando qui il Kotler di tanti anni fa con: “listen twice as much as you talk”. 

Pensando al turismo del 2030 immagino portali della destinazione disegnati come YouTube, territori facili da acquistare come Amazon, monumenti facili da interpretare come Wikipedia; il tutto con flussi informativi generati da cittadini e turisti, senza nessuna mediazione, ma con solo controlli etici per evitare episodi criminali o attività commerciali non legittime. I nativi digitali non avranno nessun problema a vivere un ecosistema di questo tipo e nemmeno io baby boomers.

Chi potrebbe avvantaggiarsi con un approccio sopra descritto? Il territorio. Il turista infatti una volta atterrato su di una landing page specifica a destra, come a sinistra, oppure sotto, come sopra, rispetto all’offerta in evidenza potrà trovare offerte simili, nel raggio di 50km, e il tempo previsto per ogni singola esperienza da mettere nel carrello.

Un po’ come i quotidiani online quando aggiungono sotto il titolo del post il tempo di lettura previsto e poi, alla fine dell’articolo, ne inseriscono di simili nel mentre la pubblicità arriva mirata esaltando le passioni del turista e proponendo l’artigianato locale o i negozianti in generale presenti sul territorio.

Non è futuro. E’ già realtà e la tecnologia raramente rappresenta un problema.

di Alex Kornfeind

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