Nell’epoca della globalizzazione e della comunicazione rapida, l’emergenza Covid-19 ha modificato la nostra socialità e il nostro essere protagonisti attivi nella comunità, sottolineando ancora una volta fragilità e carenza di una cultura digitale per arginare le problematiche e i disagi a seguito delle quarantene.

Un focus che ha sottolineato come il nostro concetto di essere “on line” si sia ridotto nella maggior parte dei casi ad essere attivi sui social network, mandare email o videocall.

Da qui quindi la nascita di ibridi comunicativi come la socialcrazia ossia una grande agorà perennemente attiva e attenta agli sviluppi non solo delle notizie, ma anche banalmente della quotidianità delle persone più o meno influenti nei contesti in cui operano.

Un modus operandi già noto nella politica partitica e oggi potenziato con molteplicità di webinar, trasmissioni televisive riprodotte via social, video in diretta di conferenze stampa e tanto altro in cui il plus valore non è il contenuto ma la sua trasmissione.

Una visione d’insieme quindi che sottolinea ancora una mancanza d’investimento nella formazione e nella creazione di una comunicazione nuova ed integrata al futuro: la necessità di nuove basi culturali per affrontare il mercato a firma 5.0 in cui l’intelligenza artificiale e big data stanno modificando i grandi asset della produzione del valore e da domani anche le nostre abitudini e la nostra vita lavorativa.

Un punto di vista che desidera sottolineare che il futuro non è semplicemente la forza di una cultura del digitale (ossia la capacità del mezzo) ma la contaminazione e la creazione di valore condiviso che le piattaforme ad oggi a disposizione possono mettere a nostro sostegno e conoscenza. Una vera e propria coscienza nazionale digitale.

di Riccardo Pilat

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