Nel 2026 il cantiere regolatorio europeo sul digitale si concentra su un doppio fronte: riscrivere le regole delle reti con il Digital Networks Act e ridisegnare l’infrastruttura dei pagamenti con l’euro digitale. L’obiettivo politico è lo stesso: trasformare connettività e moneta in due piattaforme abilitanti, capaci di sostenere sovranità tecnologica, concorrenza e innovazione, senza sacrificare tutela dei consumatori e stabilità finanziaria.
Il Digital Networks Act (DNA), proposto dalla Commissione e adottato a inizio 2026, è il nuovo regolamento che aggiorna il quadro delle comunicazioni elettroniche nato con il Codice europeo del 2018, in risposta a una trasformazione tecnologica segnata da fibra, 5G, reti satellitari e pressioni geopolitiche sulle infrastrutture critiche. Il DNA fonde in un unico testo quattro pilastri normativi – il Codice delle comunicazioni elettroniche, il regolamento BEREC, il programma sullo spettro radio e le parti centrali del regolamento sull’Internet aperta – per costruire un’unica cornice direttamente applicabile negli Stati membri, riducendo frammentazione e asimmetrie nazionali che finora hanno frenato investimenti e operazioni cross‑border.
Il cuore politico del DNA è il tentativo di costruire un vero mercato unico della connettività, superando il mosaico di 27 mercati nazionali che, come hanno messo in evidenza i rapporti Draghi e Letta, limita oggi la capacità degli operatori europei di scalare, innovare e competere con i grandi attori globali. Per facilitare attività paneuropee e servizi transfrontalieri, il regolamento introduce il “passaporto unico” per gli operatori, che potranno notificare l’attività in un solo Stato membro, e una nuova autorizzazione a livello UE per lo spettro satellitare, semplificando l’ingresso e l’operatività di operatori che lavorano su costellazioni e servizi a copertura continentale.
Questa spinta all’armonizzazione convive con un forte accento sulla semplificazione. Il Digital Networks Act promette di ridurre oneri regolatori e amministrativi lungo tutto il ciclo di vita delle reti, soprattutto nei rapporti tra imprese, pur mantenendo un elevato livello di protezione dei consumatori e confermando i principi di neutralità della rete. Allo stesso tempo rafforza gli strumenti ex ante per adottare “misure di assetto del mercato” nei casi in cui siano necessari interventi per correggere squilibri competitivi, legando direttamente la regolazione al principio di proporzionalità e alla necessità di garantire condizioni favorevoli agli investimenti in infrastrutture ad altissima capacità.
La dimensione forse più tangibile per cittadini e imprese è la gestione della transizione dalle vecchie reti in rame a un ambiente interamente in fibra. Il DNA non si limita a indicare un orizzonte tecnologico, ma introduce piani di transizione nazionali obbligatori: gli Stati membri dovranno definire e notificare alla Commissione strategie precise per la graduale dismissione del rame e il passaggio a reti a capacità elevata, con tempistiche e tappe condivise a livello europeo. La sfida è duplice: da un lato liberare risorse e investimenti oggi “bloccati” nella manutenzione di infrastrutture obsolete, dall’altro garantire che il passaggio non produca nuove forme di esclusione digitale, assicurando continuità di servizio, alternative accessibili e tutela dei consumatori nelle aree rurali o meno redditizie.
Per attrarre capitali privati, il Digital Networks Act interviene anche sulle modalità di gestione dello spettro radio: il nuovo quadro incoraggia licenze più lunghe e rinnovabili, il rinnovo delle licenze in scadenza e il ricorso sistematico alla condivisione dello spettro per aumentarne l’uso efficiente, accompagnando questi strumenti a garanzie più robuste sull’uso di misure di regolazione che incidono sulla struttura del mercato. In parallelo, il regolamento prevede meccanismi per chiarire l’applicazione delle regole sull’Internet aperta a servizi innovativi e per promuovere cooperazione volontaria tra attori dell’ecosistema su temi come l’interconnessione IP e l’efficienza del traffico, provando a bilanciare una rete neutrale con le esigenze di nuovi servizi ad alte prestazioni.
Su questo nuovo “substrato” di connettività si innesta l’altra grande trasformazione del 2026: l’avvio del percorso verso l’euro digitale, pensato come forma di moneta della banca centrale disponibile in formato elettronico per pagamenti al dettaglio in tutta l’area euro. L’iniziativa, accompagnata da un regolamento europeo ad hoc, mira a offrire un mezzo di pagamento pubblico complementare al contante, utilizzabile sia online sia offline, con garanzia di convertibilità 1:1 rispetto all’euro tradizionale. Per imprese e professionisti questo significa confrontarsi con un’infrastruttura dei pagamenti che non è più solo il risultato di soluzioni private – carte, wallet, piattaforme fintech – ma include un “layer” digitale emesso e garantito direttamente dall’Eurosistema, con nuove regole su accesso, privacy, limiti di possesso e modelli di distribuzione tramite banche e operatori di pagamento.
L’interazione tra DNA e euro digitale è meno immediata sul piano giuridico, ma molto chiara sul piano economico e industriale. Un’infrastruttura di rete pienamente in fibra, affiancata da 5G e connettività satellitare, è il prerequisito per costruire un ambiente di pagamenti realmente ubiquo, sicuro e resiliente, in cui l’euro digitale possa circolare come strato di base per nuovi servizi fintech, wallet integrati, microtransazioni dell’Internet delle cose e soluzioni machine‑to‑machine. Al tempo stesso, la presenza di una moneta digitale di banca centrale obbliga a pensare le reti come infrastrutture critiche in senso pieno, con requisiti di sicurezza, continuità operativa e resilienza che il DNA prova a consolidare attraverso coordinamento europeo, standard comuni e cooperazione rafforzata tra autorità nazionali.
In prospettiva, la combinazione di Digital Networks Act ed euro digitale ridisegna il perimetro della sovranità digitale europea. Con il primo, l’Unione prova a superare la frammentazione e a creare condizioni regolatorie che permettano a operatori e nuovi entranti di investire in reti all’avanguardia, sfruttando economie di scala continentali e un quadro chiaro per servizi innovativi di connettività. Con il secondo, cerca di evitare che l’infrastruttura dei pagamenti al dettaglio venga colonizzata da soluzioni extra‑europee, offrendo una base pubblica su cui costruire innovazione privata e concorrenziale nei servizi di pagamento e nei modelli di business digitali.
Per cittadini e imprese, il 2026 è quindi un anno di transizione in cui scelte apparentemente tecniche – autorizzazioni uniche, piani di spegnimento del rame, licenze di spettro, disegno dell’euro digitale – avranno impatti molto concreti sulla qualità della connettività, sulle condizioni di concorrenza nei mercati digitali e sulla quotidianità dei pagamenti. È un processo che richiederà traduzione politica, negoziati tra Stati membri e un forte coinvolgimento di operatori, fintech e società civile, perché le promesse di un’Europa più connessa e di un euro nativamente digitale si trasformino in infrastrutture realmente accessibili, affidabili e capaci di sostenere l’innovazione che verrà.