“Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.”

Le parole di Albert Einstein sono state pronunciate per la grande crisi del ’29 eppure riecheggiano perfette e stimolanti anche per la crisi Covid-19 che stiamo attraversando.
«La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere ‘superato’.»

L’8 marzo 2020 il DPCM ha decretato un improvviso altolà all’Italia: aziende chiuse, saracinesche abbassate, cittadini reclusi in casa. Due mesi di isolamento sociale che, oltre ad averci permesso di contenere la diffusione del virus facendoci sentire eroi sul divano, ci hanno dato modo di ragionare su ciò che avevamo a disposizione.
Così, superato lo shock iniziale, abbiamo realizzato che tanto soli non eravamo e che esisteva una via strategica attraverso la quale potersi ancora sentire parte di qualcosa: Internet.
Evitando di soffermarci sulla valanga di pericolose fake news, colorite catene di Sant’Antonio, spericolati giochi matematici e variopinti test psicologici che hanno letteralmente invaso la home feeds dei social, gli italiani hanno finalmente scoperto di poter comunicare attraverso le piattaforme social e preso confidenza con gli acquisti online. Nel giro di qualche mese, Internet si è trasformato da un nemico da combattere a un alleato con il quale convivere e sostenersi.
Fin qui, direte voi, tutto nella norma. Un po’ come aver scoperto l’acqua calda. Eppure esiste un ma, perché se è vero che tutti noi utilizziamo le piattaforme social come utenti finali e quindi riceventi della comunicazione, solo alcuni di noi rappresentano un’azienda se non addirittura una pubblica amministrazione ricoprendo il ruolo di emittenti della comunicazione. E allora sì che la scoperta di Internet diventa qualcosa di urgente e impellente tanto che, non averlo compreso in tempi non sospetti, porta ora alla differenza tra avere e non avere voce nell’unica piazza esistente, quella virtuale.
Navigando su Facebook, Instagram o Twitter è facile imbattersi in pagine e account abbandonati da anni o fermi all’ultimo post, tipo necrologio, in cui si avvisa che, causa Covid-19, l’attività resta chiusa. Dopo di che, il silenzio.
A leggerle mi si stringe il cuore e vorrei poter urlare loro che è questo il momento di tirarsi su le maniche per escogitare il modo per farsi sentire, formandosi o affidandosi a dei professionisti del digital affinché la vetrina online del proprio brand possa alzarsi, nonostante il Covid-19, nonostante le difficoltà, nonostante il futuro incerto.
E dire che di esempi meritevoli di attenzione ce ne sono tanti. Brand che hanno intrattenuto la propria community in questo difficile momento con video sulla preparazione della pasta fatta in casa, su come farsi la tinta per coprire i capelli bianchi, sulla proposta di un libro da leggere o con video su l’attività fisica da svolgere per mantenersi in forma. E che dire delle Amministrazioni Comunali? Chi aveva aperto il proprio canale Telegram ha aggiornato in tempo reale i cittadini su obblighi e divieti, chi aveva un’accurata pagina Facebook ha risposto prontamente a domande e necessità.
Solo chi non ha creduto sul valore aggiunto della comunicazione social è rimasto in totale silenzio. Un po’ come avere sempre avuto a disposizione una vetrina su una strada affollata ma aver scelto deliberatamente di lasciarla abbassata!
Ma non è mai troppo tardi. Io ho fiducia nel genere umano, e se è vero che la crisi è una benedizione perché porta progresso, allora spero che questo Covid-19 infetti con un pizzico di buon senso le PMI e le Pubbliche Amministrazioni rimaste senza voce affinché diano l’avvio ad un nuovo processo di innovazione nella comunicazione perché sono convinta che non esista potere più grande della forza della parola per aiutare l’uomo a non restare muto e isolato.

di Stefania Piumarta

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